La prima volta che siamo entrati nel piccolo ufficio di Corso Vittorio Emanuele, sede torinese dell’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti, eravamo molto emozionati: stavamo entrando in uno spazio che non era solo fisico, ma era uno spazio di esperienza, di abitudine, di comunità. Le pareti erano di un blu acceso, quasi saturo, con dettagli gialli che rendevano l’ambiente vivo, pieno di energia. Dietro di noi una vetrinetta con coppe e trofei raccontava una storia di sfide affrontate e vinte, di sport, di partecipazione. E noi, in mezzo a tutto questo, con le nostre scatole.
Ci siamo mossi un po’ impacciati, ma con grande emozione. Dove appoggiamo le cose? Quanto spazio occupiamo? Parliamo troppo? Parliamo poco? Si fideranno di noi?
Abbiamo aperto le scatole sui tavoloni blu e abbiamo disposto i prototipi: il tangram in legno scuro, con le venature ben percepibili sotto le dita; le ruote cifrate in rilievo; le ampolle trasparenti con gli odori; i lucchetti meccanici con lo zero marcato.
Non abbiamo quasi fatto in tempo a spiegare.
Le mani si sono allungate subito, con una naturalezza disarmante. Non c’era esitazione, non c’era quel timore che ci aspettavamo. C’era curiosità pura. Voglia di toccare, di capire, di provare. E soprattutto di giocare.
L’età media era alta, ma la voglia di mettersi alla prova era quella di bambini davanti a un enigma nuovo. Hanno voluto provare tutto. Non “qualcosa”, non “un pezzo”. Tutto. Tutti i giochi. Tutti i meccanismi. Tutti i lucchetti.

Il tangram è stato uno dei primi oggetti a essere esplorato con attenzione. Le mani esploravano i bordi dei triangoli, cercavano l’angolo giusto, provavano a combaciare le forme senza vedere l’insieme. Il legno aveva un peso rassicurante, una consistenza piena. Ogni pezzo veniva passato al vicino, commentato, riposizionato. Non c’era fretta. C’era concentrazione.
Poi sono arrivate le ampolle, passate di mano in mano. Tutti i partecipanti le hanno maneggiate e annusate con cura, cercando nella memoria un riferimento. L’olfatto diventa linguaggio, diventa ipotesi, diventa gioco. Qualcuno indovina subito, qualcun altro propone alternative. Ridono, discutono, si confrontano.
LA PROVA DEL LUCCHETTO
Il lucchetto è stato il banco di prova più serio. Perché lì non c’era interpretazione simbolica, non c’era intuizione creativa: c’era precisione. Lo zero in rilievo doveva essere trovato, riconosciuto, memorizzato. Gli scatti dovevano essere contati uno a uno. Se si perdeva il conto, si tornava indietro. E tornare indietro significava ammettere l’errore, ma anche concedersi un’altra possibilità. Un gioco di grande pazienza!
Noi osservavamo in silenzio, cercando di intervenire il meno possibile. La tentazione di aiutare era forte, quasi automatica. Ma l’autonomia era il cuore del progetto. Doveva essere una vera sfida, non una simulazione facilitata.

A un certo punto, dopo diversi tentativi, uno dei lucchetti si è aperto con un click netto, pulito, quasi solenne. Non è stato un momento rumoroso, ma è stato pieno. Per un attimo nella stanza blu si è creato un silenzio carico, e subito dopo un sorriso largo, condiviso. Non era solo la soddisfazione di aver risolto un meccanismo. Era la conferma che quella cosa poteva funzionare davvero.
In quel piccolo ufficio abbiamo capito che la parola inclusione non ha nulla di retorico quando la si pratica davvero. Inclusione è accettare di sentirsi un po’ goffi all’inizio. È lasciare che siano le mani degli altri a dirti cosa va cambiato. È non proteggere il proprio progetto, ma metterlo in discussione.
E soprattutto abbiamo capito che la voglia di giocare non ha età. Non si attenua con il tempo, non si spegne con le difficoltà. È un istinto che resta, una forma di energia che si riattiva appena qualcuno ti offre un enigma da risolvere, un pezzo da incastrare, un codice da scoprire.
Quando siamo usciti da quella stanza non avevamo semplicemente migliorato un prototipo. Avevamo imparato un modo diverso di progettare per costruire un’esperienza insieme.
