UICI e l’escape room dedicata alle persone cieche: il secondo incontro

Quando il gioco ha iniziato a camminare da solo


ChatGPT Image 20 lug 2026, 15 36

Se il primo incontro era stato quello delle domande, il secondo è stato quello delle risposte. Siamo arrivati di nuovo alla sede dell’UICI con le scatole sotto braccio e una sensazione completamente diversa da quella della prima volta. Conoscevamo ormai il posto: il tavolo blu dove avevamo passato ore a spostare pezzi di legno, i corridoi, le voci che iniziavano a riempire gli spazi prima ancora che arrivassero tutti. C’è da dire che l’agitazione, comunque c’era!

Prima dell’arrivo dei partecipanti abbiamo ricontrollato tutto. Roberto verificava i lucchetti uno per uno, Lorenzo sistemava il materiale nell’ordine corretto, io continuavo a ripassare mentalmente il percorso, come se bastasse ricordarlo abbastanza bene per evitare che qualcosa andasse storto. Bastava un lucchetto impostato male, un indizio dimenticato nella scatola sbagliata o un gioco posizionato fuori sequenza per compromettere l’intera esperienza.

Poi sono arrivate le prime squadre e, quasi senza accorgercene, semplicemente abbiamo giocato insieme alle squadre, come siamo da sempre abituati a fare. Le persone non erano lì per cercare le imprecisioni di un lavoro ancora in via di sviluppo, ma erano lì per giocare ed erano grati di poterlo fare, questo ha fatto tutta la differenza del mondo.
Ci aspettavamo decine di domande, continue richieste di conferma e invece, dopo le prime spiegazioni, la stanza ha iniziato a riempirsi di qualcosa di molto più bello: conversazioni tra i partecipanti. Si confrontavano, provavano strategie diverse, si correggevano a vicenda.

«Aspetta, riparti dallo zero»

«Conta bene gli scatti.»

«Fammi sentire un attimo.»

Noi intervenivamo sempre meno.

Il tangram passava di mano in mano. Le dita scorrevano lentamente lungo i bordi dei pezzi di legno, cercando di costruire nella mente una figura che nessuno stava osservando con gli occhi. Le ampolle venivano aperte con delicatezza e avvicinate al naso , liberando anche ricordi oltre che ipotesi di soluzione. I lucchetti, che nei giorni precedenti ci erano sembrati gli oggetti più complicati da adattare, diventavano quasi una sfida personale. C’era chi li affrontava con metodo, contando ogni scatto, e chi invece preferiva affidarsi all’intuito e alla memoria tattile. E ogni tanto si sentiva quel rumore secco e inconfondibile.

Click.

Un lucchetto che si apriva.

È sorprendente quanta soddisfazione possa esserci nel rumore di un piccolo pezzo di metallo che cede. Ogni volta qualcuno sorrideva, qualcuno applaudiva, qualcun altro rideva come se avesse appena risolto un rompicapo molto più grande. Non era solo un meccanismo che si apriva. Era la conferma che quell’ostacolo poteva essere superato in autonomia.

Il gioco non aveva più bisogno di noi.

Le persone, invece sì, condividevano con noi ogni piccolo traguardo e ci tenevano a farci sapere se avevano trovato troppo difficile il gioco oppure “uno scherzo da ragazzi”. Le persone stavano giocando. Ridevano, sbagliavano, tornavano indietro, trovavano soluzioni che noi non avevamo nemmeno immaginato.

L’escape room aveva finalmente iniziato a fare quello per cui era nata. Far dimenticare, anche solo per un’ora, che fosse stata progettata pensando a una disabilità. In quella stanza c’erano semplicemente persone che stavano cercando di risolvere degli enigmi insieme, e non vi nego che qualche parolaccia volava, proprio come succede spesso quando ci si scontra con qualcosa che ci mette davvero alla prova!

Alla fine però, scaduto il tempo e rivisto ogni passaggio del gioco insieme, l’adrenalina ha lasciato posto solo alla soddisfazione di aver preso parte al gioco, di averci aiutato a fare un altro pezzetto di strada verso il nostro traguardo!

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