Quando abbiamo iniziato questo progetto, ci siamo detti più volte che volevamo creare un’esperienza accessibile. Solo dopo averla vista vivere ci siamo accorti che, in realtà, stavamo costruendo anche qualcos’altro. L’ultima giornata di somministrazione è stata diversa dalle precedenti. Oltre ai partecipanti non vedenti e ipovedenti, alcune squadre erano composte anche da persone vedenti bendate. L’idea era semplice: verificare se l’escape room riuscisse davvero a funzionare anche come esperienza di sensibilizzazione.
Abbiamo lavorato parecchio per trovare adesioni, perché è difficile mettersi in gioco e farlo senza nemmeno vedere chi sta giocando con te o chi ti guida.
Tra newsletter e passaparola, abbiamo raccolto oltre 65 iscritti!
Confesso che all’inizio avevo un po’ paura dell’effetto “simulazione”. Quella convinzione, molto diffusa, secondo cui basta mettersi una benda per qualche minuto per capire cosa significhi essere ciechi. Naturalmente non è così.
Una benda non racconta gli anni passati a sviluppare strategie, a costruire riferimenti, a imparare a leggere il mondo con il tatto, con l’udito, con la memoria. Anzi, per certi versi rischia persino di ingannare, perché priva soltanto della vista senza restituire tutte le competenze che una persona non vedente sviluppa nel tempo.
Eppure quella giornata ci ha insegnato qualcosa: Abbiamo visto persone vedenti bloccarsi davanti a un lucchetto che pochi minuti prima un partecipante cieco aveva aperto senza difficoltà. Abbiamo visto mani cercare disperatamente un riferimento sul tavolo, perdere l’orientamento per pochi centimetri, fermarsi e ricominciare da capo. Ed è successa una cosa bellissima. I ruoli si sono invertiti.
Le persone non vedenti hanno iniziato a spiegare ai vedenti come affrontare alcuni giochi. Non perché conoscessero già le soluzioni, ma perché avevano un’esperienza diversa del tatto, dell’ascolto, della pazienza. Suggerivano di rallentare, di seguire con calma il bordo di un oggetto, di non avere fretta di trovare subito la risposta. Ed è probabilmente questa l’immagine che porteremo con noi più a lungo.
Non tanto le persone bendate che giocavano con difficoltà, ma provando a mantenere la calma, ma quella dello scambio.
Perché l’inclusione, almeno quella vera, non consiste nel fare le stesse cose nello stesso modo. Consiste nel riconoscere che ognuno possiede competenze diverse e che, a seconda della situazione, può essere lui a guidare gli altri.
Quando l’ultima squadra ha concluso il percorso abbiamo iniziato a smontare tutto. I tavoli si sono svuotati, i tangram sono tornati nelle loro scatole, le ampolle sono state richiuse, i lucchetti azzerati per l’ennesima volta.
Pensavamo che la giornata fosse finita. Invece qualcuno è sparito per qualche minuto ed è tornato con tre vasetti di nocciolata.
Uno per Roberto. Uno per Lorenzo. Uno per me. Un omaggio apprezzatissimo per aver giocato, riso e faticato insieme!
Non era un premio e nemmeno un ringraziamento ufficiale. Era uno di quei gesti semplici che non si pianificano e che proprio per questo rimangono impressi più di qualsiasi discorso. Li abbiamo messi nello zaino insieme al resto del materiale e siamo usciti dalla sede con la sensazione di aver concluso bene e direi “dolcemente” un progetto.
Quel progetto è iniziato davvero nel momento in cui abbiamo smesso di pensare di dover insegnare qualcosa a qualcuno e abbiamo iniziato ad ascoltare e imparare tantissimo. Perché, come succede spesso con i giochi migliori, siamo entrati convinti di conoscere le regole. E siamo usciti avendo imparato qualcosa di completamente diverso e forse riscrivendole, almeno in parte, quelle regole.
